Esercitazioni sulla follia – l’approccio dialettico-relazionale in psichiatria

Esercitazioni sulla follia – l’approccio dialettico-relazionale in psichiatria

A cura di Graziano Valent

Con contributi di: Italo Valent, Sergio Piro, Andrea Tagliapietra, Carlo Bologna, Raffaele Galluccio, Maria Rosa Tinti, Graziano Valent

Ed. Moretti & Vitali, Bergamo, 2013

Il testo “Esercizi sulla follia – l’approccio dialettico-relazionale in psichiatria” rientra a pieno diritto nel novero dei quei volumi che potremmo definire a carattere polifonico e non poliglotta, ovvero i diversi autori pur esprimendo la propria voce sono in grado di parlare il medesimo linguaggio, di suonare, in altri termini, la stessa melodia; il fine a cui tendono è pertanto comune: proporre gli sviluppi teorico – metodologici a partire dalla pratica anti – istituzionale in psichiatria; uno sfondo gnoseologico che si rifà quindi alla guida ‘spirituale’, al mentore, Franco Basaglia, ma che sa guardare in avanti e indietro in un esercizio continuo di messa in discussione; riecheggia qui certamente il concetto di epoché fenomenologica, come vero e proprio esercizio mai concluso (immer wieder).

Dicevamo del lascito, dell’impianto filosofico come debito storico verso chi ci ha preceduto: Basaglia come si diceva, Hegel per la concezione della dialettica come sintesi e superamento degli opposti e per la fondamentale intuizione del ruolo e della funzione della negazione nel processo conoscitivo, Segio Piro per il procedere ‘diadromico’ con le sue ‘antropologie trasformazionali’, Michel Foucault per le sue analisi del rapporto tra saperi e poteri e per il metodo della ‘genealogia’, infine – vero e proprio core dell’indagine – Italo Valent per le riflessioni maturate attorno al tema della follia.

L’esercizio che ci propongonlocandinaESERCITAZIONEFOLLIAotto i nostri autori (psichiatri, filosofi, storici della filosofia, psicologi) prende le mosse da un interrogativo: “Sarà possibile ritrovare un filo rosso goethiano che segnali una certa appartenenza tra l’azione rivoluzionaria di Franco Basaglia e il pensiero di Italo Valent?” (Pag. 13); posto il punto di partenza, rari nantes in gurgite vasto, gli studiosi, ciascuno dal proprio vertice osservativo, conducono il lettore nella profondità e nella vastità del pensiero valentiano; questo processo, questo accadimento direbbe Sergio Piro, viene svolgendosi in equilibrio tra le istanze storico – epistemologiche di inquadramento e di incorniciamento e alcuni importanti slanci metodologici – operativi; in riferimento a quest’ultimo aspetto si veda in particolare il bel contributo di Raffaele Galluccio “Il Servizio psichiatrico territoriale: mutamento istituzionale e nuova operatività” (pag. 153) che non a caso occupa una posizione centrale in questo volume e ne rappresenta la cerniera, l’ancoraggio potremmo dire, alla pratica territoriale senza la quale nessuna riflessione avrebbe motivo d’esistere se non come sterile esercizio (ma non è questo il caso) di erudizione. Fatta questa considerazione risulta impresa assai complessa quella che intendesse riprendere a livello recensistico l’ampiezza di temi, contenuti e filoni d’indagine che i diversi autori propongono nelle oltre duecento pagine di cui si compone il testo. Ciononostante, in chi scrive, la possibilità – sedendo a mirare e rimirare questo testo – di indicare i traccianti, i segnavia, dell’opera di Italo Valent rappresenta una tentazione troppo forte; si cercherà quindi di presentare al lettore alcuni di questi snodi, centrali, al dispiegamento delle argomentazioni:

-) Nel contributo “Della complessità” Italo Valent ci porta a riflettere sulla complessità in quanto dialettica (ancora una volta) della complessità, avvertendoci che il rischio, per gli uomini, è sempre quello di asserragliarsi dietro un concetto che si rifà certamente ad una concezione d’avanguardia (ovvero il paradigma della complessità) ma che per essere tale deve essere praticato, vissuto, come  co – presenza, o concrescenza meglio ancora, anche e soprattutto di ciò che inizialmente era stato escluso proprio per potervisi contrapporre e differire. Trattare delle complessità è un esercizio complesso e la psichiatria (o almeno buona parte di essa), proprio perché della negazione si è fatta in qualche modo bandiera, deve collocarsi prima, e mantenersi poi, in una posizione di allerta rispetto ad una deriva reificante e positivizzante; l’antidoto che Velent ci offre assume i contorti della fenomenologia, “intesa quale lettura a tutto campo dei fenomeni e ricostruzione della loro complessità microcosmica” (p. 202). Quella fenomenologica, potremmo aggiungere, è stata la prima bussola basagliana e nell’ottica di chi scrive, a cento anni esatti dalla nascita della psicopatologia fenomenologica ad opera di Karl Jaspers, è di fatto il collettore, l’interfaccia in grado di dare corpo, ovvero di fornire una risposta, al quesito che i nostri autori si pongono all’inizio di questo testo e cioè: Italo Valent e Franco Basaglia, insistendo entrambi sul dispositivo fenomenologico, segnalano la loro co – appartenenza al medesimo orizzonte culturale e conoscitivo.

-) Nell’articolo “L’impossibilità del non – senso” quanto poc’anzi affermato viene in qualche modo avvalorato dal riferimento all’epochè come passo fondativo e necessitante per poter stabilire che che il non – senso è di fatto impossibile.

-) In “Le categorie della cura della psiche” di nuovo il riferimento fenomenologico è occasione per poter riflettere su una questione di estrema rilevanza: “come la cura è ricerca e attribuzione di senso al non – senso della follia, così la follia è ricerca e attribuzione di non – senso al senso della cura! […] La cura della follia […] galleggia nell’elemento vischioso dello scambio e del conflitto di senso” (pag. 219).

-) “La cura come possibilità” infine è l’ultimo contributo di Italo Valent che gli autori vogliono riportare in questo volume; il titolo in qualche modo sintetizza più di mille altre parole il proponimento valentiano: l’esigenza continua di mettere in relazione, di dialettizzare, di comprendere gli opposti; senso e non – senso diventano quindi presenze dialoganti che come si perdono continuamente si ricercano.

Da ultimo due annotazioni conclusive riguardanti il pubblico, direi ‘cólto’, a cui il presente volume si riferisce.
La prima riguarda il pensiero di Italo Valent, qui compendiato in brevi quanto mirabili interventi, il quale comporta sicuramente un impegno intellettuale notevole da parte del lettore; questo sforzo, altresì, è ben ripagato dalla plurivocità di cui si compone la proposta editoriale, rappresentata dagli autori che hanno inteso porsi in una posizione di confronto e scambio con l’opera di Italo Valent avvicinando a tale dibattito anche lo studioso lontano dai temi speculativi ma curioso di immergersi in una trama narrativa in grado di coniugare elementi altamente filosofici con riflessioni dal tenore marcatamente pragmatico, ideativo e creativo. Ritengo che questa scelta possa considerarsi vincente e foriera di ulteriori e inaspettati sviluppi.
La seconda riguarda un richiamo del presente volume, per assonanza e consonanza, con un altra preziosa opera del prof. Lorenzo CalviIl tempo dell’altro significato – esercizi fenomenologici d’uno psichiatra” (Ed. Mimesis, Milano, 2006): nel titolo, esercizi, c’è tutto il proposito, l’intendimento, la tensione a quella via che come scrive Antonio Machado si fa solo camminando.

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