Mental Training: spunti per una riflessione possibile

Con mental training, o allenamento mentale, ci riferiamo a una serie di pratiche psico-corporee, più o meno formalizzate e costituitesi a livello di tecnica o protocollo, attraverso le quali è possibile migliorare le prestazioni degli atleti in ambito sportivo.

 

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Questo ambito di studio ha riscosso, nel corso degli ultimi dieci / vent’anni, un notevole interesse di pubblico, in parallelo alla diffusione e all’impiego della psicologia negli ambiti più diversi della società civile. In particolare, per quanto concerne il tennis, si è assistito a una proliferazione di pubblicazioni e approfondimenti, ad opera di tennisti professionisti ma non solo, con un focus preciso sulla cosiddetta “dimensione” o “forza mentale”: questa categoria di senso comune comprende in realtà un variegato panorama di dispositivi conoscitivi legati ad una generale esigenza/richiesta, da parte degli sportivi, di incremento dell’auto-consapevolezza; riporto di seguito, a titolo esemplificativo, alcune domande alle quali i tennisti cercano di dare risposta durante un incontro: “Cosa mi sta succedendo in questo momento?”, “Perchè mi sento nervoso?”, “Cosa mi ha detto di fare il mio allenatore in questi casi?”, “Come posso riuscire a batterlo se non sta sbagliando nulla?”… Il cosiddetto self-talk costituisce una parte rilevante e significativa dell’attività mentale di ogni tennista, il quale, oltre a rivolgersi delle domande, si carica o si deprime attraverso delle specifiche esortazioni: “Dai adesso, non mollare”, “Sei un cretino, sulla palla break non dovevi tirare così forte”, “Ormai è finita, sono fuori!”… Impiegando nel farlo la prima o la terza persona indistintamente. Ciò che è evidente da questi spunti è che i processi mentali o psicologici interagiscono con la dimensione corporea, stabilendo quali azioni intraprendere nei confronti di condizioni di gioco estremamente stressanti. L’aspetto della tensione pre-gara, durante alcune fasi calde di una partita, così come in avvenimenti particolarmente lunghi in termini di durata; si pensi allo sforzo, agli scambi interminabili, allo strain, nei tornei dello Slam giocati al meglio dei 3 set su 5 dove le partire possono durare anche cinque o sei ore; tutto ciò è intimamente connesso con questa pratica sportiva. A livello fisiologico tale condizione è tendenzialmente evitabile, ovvero non ricercata, ponendoci pertanto di fronte al dilemma/dramma evolutivo-filogenetico del “fight or flight” (combatti o fuggi), immaginando lo sviluppo di tale funzione adattativa fin dalle origini: l’uomo, oggi come allora, di fronte al rischio di essere divorato da una belva feroce, aveva due possibilità: lottare o tentare la via di fuga (quest’ultima eventualità è ciò che propriamente succede su un campo da tennis allorquando l’osservatore attento a bordo campo inizia ad esprimersi con commenti del tipo: “Orma è uscito dal match”, “Si è sciolto”, “Con la testa è già in doccia”, “Quando c’è da lottare piuttosto che stare in campo butta via tutto”…). Immagini queste sommamente evocative. Il dialogo interno così come il funzionale riconoscimento dello stress sono due fattori che un esperto mental trainer può impiegare per “accendere una lampadina” nell’atleta, per donare cioè un nome ad esperienze confuse e ad alto tasso di frustrazione: si consideri qui la rilevanza, ai fini dello score, degli errori gratuiti (o non forzati) nell’economia di un incontro. All’interno di un ambito di ricerca e di applicazione che ha appena iniziato a muovere i suoi primi passi, la figura del mental trainer si colloca a scavalco, con funzioni di psicologo, laddove sia presente specifica formazione, o alternativamente di mediatore, facilitatore della comunicazione tra allievi, genitori, maestri, preparatori atletici, ridefinendo e riconfigurando ogni volta uno spazio generativo di nuovi processi legati alla miglioramento delle performances.

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