Scrivere di sé aiuta? Potenzialità dell’autobiografia per la psicoterapia

E’ on-line il nuovo numero della Rivista Scienze dell’Interazione con un articolo a sei mani e in cui ho potuto portare il mio punto di vista, ampliandolo attraverso il confronto con due colleghe preparate e disponibili.

Scienze dell’Interazione

Buona lettura!

Animal Man – l’opera metafumettistica del genio scozzese Grant Morrison

Grant Morrison è considerato all’unanimità come uno dei più grandi scrittori della storia dei fumetti; qualsiasi forma di elogio risulterebbe inutilmente adulatoria rispetto a quanto è già stato riportato altrove, pertanto in questo mio approfondimento mi limiterò a segnalare quanto di grandioso e imperituro il genio scozzese è riuscito a lasciarci con la sua run sul personaggio di Animal Man.

Morrison, dal dal 1988 al 1990, per un totale di 26 numeri, rilascia un’opera destinata a portare un personaggio secondario dell’universo DC a delle vette assolute mai raggiunte in precedenza; l’abilità di questo autore risiede tutta nel sapiente mix di descrizioni allucinate, passaggi di fisica quantistica, umorismo, ribaltamenti continui tra scrittore e lettore fino ad arrivare al mirabile numero finale.

Morrison va letto. Punto. Senza se e senza ma, ma soprattutto senza indugiare, andando oltre i passaggi più ostici, consapevoli che lui ci saprà condurre pagina dopo pagina verso un finale che ci sta aspettando.

A titolo esemplificativo, per il registro allucinato, ecco un passaggio sul numero 18, dicembre 1989, Giocando nei campi del Signore: “E il cielo si apre. E le stelle suonano e le campane dei pianeti sono strappate dalla loro orbita. E il cielo si apre come un fiore. Un fiore che infinito, perde i suoi petali. Che splende. Che suona. Le vibrazioni squillanti dei piani sottili. Il mugghio dell’aria bianca e del rumore bianco e lo splendido urlo del loro feedback. E il cielo si apre”. La lingua non è ancora fusa, ma si sta fondendo, ciò avverrà in altre produzioni future… Qui sulle pagine di Animal Man c’è tempo per citare, sullo stesso numero, la Teoria dell’Ordine Implicito di David Bohm, piuttosto che il biologo britannico Rupert Shaldrake e la sua Teoria della Risonanza Morfica.

 

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Un gioiello metanarrativo che mette al centro la conoscenza, o meglio alcuni dispositivi conoscitivi, impiegando, piegando, forzando il medium fumetto come mai nella storia.

Animal Man di Grant Morrison, Vertigo Lion, Rw edizioni.

“Se scrivo una canzone d’amore lei quando l’ascolta non si bagna ma piove”

Willie Peyote è uno dei rappresentanti più illustri di quella che una volta veniva definita la “scena hip-hop” o rap italiana, anche se ora si dovrebbe parlare più propriamente di un panorama musicale globale, fortemente anabolizzato e reso ipertrofico dalla mole di informazioni sparata in rete a velocità fino a qualche anno fa impensabili. Tutto ciò sta contribuendo a modificare grandemente il nostro assetto sociale, il nostro modo di condivivere le relazioni, gli scambi, le transazioni umane; piattaforme intrecciate che dislocano identità, fanno convergere eventi, presentificano il temporale, ora più che mai vissuto in un’unica grande istantaneità; il differimento è quasi scomparso a vantaggio di una fruizione costante e senza (apparente) soluzione di continuità; social media, virtualità dei più moderni dispositivi tecnologici smartphone dotati di avveniristici visori, tablet, console, linkaggi (si veda nel presente articolo i vari rimandi a You Tube o Wikipedia), chace, feed, iscrizioni, abbonamenti, preferenze estorte più o meno consapevolmente attraverso la più semplice delle operazioni: la consultazione di una pagina web. Snodi, interconnessioni, energia; il nostro lessico esprime il nostro essere informazionale e quantistico a caccia di risposte sottoforma di urgenze semantiche. Cos’è la conoscenza? Come procede? Come impiega i legacci liguistici? Continuando a generare se stessa stabilendo al suo interno le stesse regole che la governano; nel caso della produzione artistica il criterio è l’ostensione di significato attraverso l’uso della parola.

Vi siete persi? Potenza della generazione di un testo, poco importa se catalogato come articolo, saggio, recensione, insalata di parole, trattato, esperimento riuscito o meno, meltin pot… Etichette linguistiche con l’unico scopo di normare e rendere intellegibile un materiale altrimenti sconfinato e incerto. Partendo da queste premesse questo tracciato, con pochi segnavia, si lega all’elemento testo, al segno, impiegando in questo il paradigma narrativistico, ponendo al centro il valore d’uso del linguaggio; nel caso della musica il valore d’uso delle parole in direzione della generazione di realtà altre.

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Ma torniamo a Willie Peyote, alle sue canzoni, ai suoi album, ai suoi “viaggi”; il suo progetto è interessante per l’imponente mole di storie, innovative, stilose, giocose, intrecciate, hardcore, spiazzanti. Il video, la musica e il testo di Friggi le polpette nella merda penso valgano più di mille parole (a proposito di valore d’uso).

Dai suoi testi appare chiaro come il linguaggio sia strumento generativo artistico, ovvero generativo e creativo a un tempo di nuovi modelli, nuovi mondi di una contemporaneità distintiva; non si nasconde Guglielmo Bruno, non le manda a dire in Peyote 451, riuscendo a piegare le parole in direzioni insolite e dissonanti rispetto a generi o stilemi prefissati; ciò che colpisce è l’attualità dei temi e la prospettiva critica, la propulsione dissacrante poggiata su ottime basi strumentali; per avere una idea del tutto si ascolti ancora Oscar Carogna.

Tutto ciò si ritaglia attorno ad un personaggio che sa di veracità, di consapevolezza; la musica tocca le corde dell’emotività oltre che stuzzicare il pensiero, se di buona musica si tratta; e quella di Willie lo è di certo… “Portami con te via finché sento che c’è sintonia, diretti verso altri lidi”, così rappava qualche anno fa un altro grande MC.

Un nuovo paradigma per le discipline della salute

Possiamo considerare la salute come un processo essenzialmente legato alle pratiche discorsive della comunità dei parlanti; ovvero la salute è ciò che il consesso umano, in uno spazio-tempo storicamente e culturalmente situato, ritiene essere una condizione auspicabile, desiderabile, in qualche modo raggiungibile. La definizione di che cosa la salute propriamente sia si incardina quindi nel linguaggio, nelle sue forme, nel suo utilizzo in quanto dispositivo conoscitivo. Non è quindi un dato oggettivo, una entità a sé stante, un qualcosa che osservo su di un corpo-cosa (il Koerper fenomenologico) ma è propriamente un qualcosa che sento e vivo come Leib, come corpo-vissuto.

All’interno di questa prima disamina assume particolare rilievo l’assunzione di una prospettiva nuova, rivoluzionaria, in grado di traghettare l’Uomo – quasi in una sorta di panismo – verso una più chiara e proficua definizione dei propri presupposti conoscitivi; in altri termini è possibile ribaltare il piano d’indagine spostando il focus dal cosiddetto materialismo scientifico all’olismo scientifico. Nel primo caso si tratta di adottare una impalcatura le cui architravi sono alcune posizioni epistemologiche chiaramente riconducibili al causalismo e al riduzionismo e a una più generale considerazione del soggetto quale elemento passivo, biologicamente, socialmente e psicologicamente determinato. Nel secondo caso è un mondo completamente nuovo quello che ci si para davanti: assume qui posizione centrale e di rilievo il costrutto ma ancor più l’esperienza dell’Energia; il soggetto è visto come partecipante e protagonista della realtà che abita e che si ri-configura in una ricorsività senza fine.

Così si arriva a comprendere come l’Uomo sia dotato di un campo energetico-mentale-spirituale che plasma la dimensione biologica, comunica con essa e vi interagisce attraverso pensieri ed emozioni; in fondo è ciò che la PNEI va propagandando, con l’aggiunta e lo sfondamento grazie all’analisi della rilevanza di quelli che altrove sono stati definiti campi morfo-genetici o campi informazionali.

Tali prospettici ambiti di studio, peraltro ibridando ricerca scientifica e arte, vengono portati avanti in Italia dal VID di Bologna, un centro all’avanguardia, effervescente e stimolante a un tempo nei contenuti proposti.

E qui ci fermiamo, sicuri di essere avanzati oltre il confine, sicuramente alla frontiera di quella che oggi può essere definita scienza, una scienza in continuo sviluppo rispetto ad approdi affascinanti quanto futuribili.

Gestire l’innovazione sociale

Ultimi due appuntamenti con l’Executive Master organizzato da TSM; il 5 e 6 giugno i partecipanti hanno potuto apprezzare la preparazione e la passione di Ericka Costa, Università degli Studi di Trento e Tommaso Ramus, direttore del Center for Business Ethics, Católica-Lisbon, Portogallo.

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Il ragionamento, in conclusione di percorso, si è fatto complesso e articolato, quasi a voler sintetizzare gli elementi disseminati durante questa lunga traversata nelle acque incerte e burrascose di una nuova economia; l’innovazione sociale, la sua misurazione, la sostenibilità, i temi gestionali e normativi come risultanti di altrettante correnti carsiche.

Tra i vari argomenti trattati, un’ultima sottolineatura: esiste una differenza tra innovazione e innovazione sociale? Secondo il prof. Ramus sì; ciò che distingue i due tipi di innovazione è l’intenzionalità strategica, peraltro difficilmente misurabile (share value, corporate social responsability, ecc…). Scendendo ancor più nel dettaglio possiamo spingerci a dire che l’azienda “classicamente intesa” ha l’obiettivo di catturare valore per il proprio profitto mentre l’azienda (impresa) sociale ha l’obiettivo di creare valore per altri.

E’ comunque pensabile un tipo di organizzazione che sappia coniugare esigenze commerciali e sociali, questo il pensiero di Ericka Costa e Tommaso Ramus. La prospettiva, lo sguardo in avanti, ora più che mai, sembra portarci in questa direzione, favorendo un bilanciamento – nell’ottica della sostenibilità – tra social focus e commercial focus.

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Note a margine del Master in “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”. TSM – 23 febbraio – 6 giugno 2015.

Cosa significa per una organizzazione dotarsi di un modello di contabilità per uno sviluppo sostenibile? Secondo Massimo Contraffatto (Università degli Studi di Bergamo) e Ian Thomson (Heriot-Watt University, Edinburgh, UK) tale processo porta con sé una semplice considerazione, esprimibile con una metafora: la sostenibilità può essere vista come un elefante presente nel proprio soggiorno; in altri termini: non considerare la rilevanza dell’accounting (termine traducibile con rendicontazione) for sustainability come un tema centrale risulta oggi per ogni azienda come una operazione miope, senza sbocco, con un gioco di parole, insostenibile.

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Lo sviluppo sostenibile, afferma Contraffatto, è un concetto complesso di natura morale, cioè l’orientamento di fondo a ripensare alcuni assunti dell’attuale sistema economico-sociale al fine di immaginare un modello di sviluppo che si ispiri e inglobi concetti come quelli di eco-giustizia ed eco-efficienza nel fare ed essere impresa. A livello olistico, è bene sottolineare, l’azienda è un sistema di forze economiche che sviluppa, nell’ambiente di cui è parte complementare, un processo di produzione o consumo, o di produzione e consumo insieme, a favore del soggetto economico ed altresì degli individui che vi cooperano.
A partire da queste riflessioni di carattere generale si sviluppa un vero e proprio modus vivendi ed operandi, applicabile dentro e fuori le istituzioni, a 360 gradi. Siamo davanti ad una svolta, lo si sente da più parti; è necessario dotarsi di nuovi strumenti economici e sociali per evitare il tracollo; d’altronde le vie sono solamente due: perdersi nella disperazione del “niente può cambiare” o incamminarci verso un nuovo modello di sviluppo, mappando e riclassificando le nostre priorità.

Una fotografia grandangolare è quella scattata dai produttori del documentario Global Warming, la cui visione – di sicuro impatto – è stata il grimaldello, durante la due giorni, per entrare nel vivo degli argomenti trattati. Si è così impattato con i temi dell’ecologia planetaria, dell’interdipendenza dei sistemi economici-sociali-ambientali. Siamo nodi di una rete alla quale non possiamo sottrarci e rispetto alla quale siamo chiamati a rispondere con una accresciuta consapevolezza.
Moltissime sono state le modellizzazioni presentate in aula. Ciò che ha colpito però, ancora una volta, è stata l’enfasi posta dai due studiosi non tanto o non solo sul dato, sulla cifra, sul numero da mettere in bilancio, quanto sul processo, sulla creatività indispensabile per generare nuove prassi, nuovi sistemi, nuovi mondi.

Il Social Impact Investment

Terzo appuntamento, il 17 e 18 aprile,  con l’Executive Master in “creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale“; come sempre organizzato da TSM nella prestigiosa sede di ISA, quartiere “Le Albere”, Trento.
Il tema impattato, in questo giro di giostra, è proprio il caso di dirlo, è stato quello del social investement: ovvero: come è possibile il ritorno finanziario nelle nuove progettualità che strizzano l’occhio alla social innovation? Detto in altri termini: quali sono gli strumenti finanziari maggiormente response rispetto ad una economia che voglia definirsi sociale? Parlare di finanza significa ragionare con i numeri, certamente, ma quello che Filippo Addarii e Indy Johar, della Young Fondation, hanno trasmesso ai partecipanti è stato il senso di un processo creativo e partecipato di cui la finanza è l’esito e il precipitato di relazioni umane basate sulla fiducia e l’empatia. Non una novità potrebbero pensare in molti; l’elemento di rottura e di apertura in questo caso è rappresentato, io credo, dall’avvicinamento ad un modus procedendi fatto di visione ampia e di dialogo, moltissimo, fittissimo dialogo costruttivo e creativo, tra pubblico e privato, nel tentativo di generare uno spazio terzo, neutro, transizionale, in grado di riplasmarsi continuamente, rispondendo in maniera efficace ed efficiente ai movimenti della contemporaneità.

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Nello specifico si è puntato molto, nelle due giornate – ed ecco il contributo della psicologia – alla comprensione delle motivazioni non economiche degli individui. La finanza è stata descritta, artigianalmente, come arte, come tecnica, di certo lontana dalla scienza esatta dei numeri astratti.
Case studies, virtuosi o meno, direttamente dalla city londinese, sono stati piacevolmente riportati dal filosofo Addarii e dall’architetto Johar, come dire che la formazione è la base di partenza di un poliedro di esperienze in costante divenire.

Sostenibilità a livello olistico: la lezione di Jason Jay

Risulterebbe impresa destinata al fallimento il tentativo di comprimere in poche righe la lezione di Jason Jay: rilevanza e vastità dei temi trattati, visione grandangolare, profondità d’analisi, umiltà che diviene pragmatismo e capacità di interazione in aula utilizzando con proprietà e competenza la lingua inglese e l’italiano, in un gioco di scambi degno di un vero e proprio Wegweiser: un segnavia.
Ugualmente ne seguirò il tracciato, riportando alcune considerazioni su come si è svolto questo secondo appuntamento, sorta di cronaca, all’interno del percorso formativo organizzato da TSM e Università degli Studi di Trento; il 16 e 17 maggio l’Evento per i partecipanti alla prima edizione dell’Executive Master: Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale: per due giorni il nostro homo viator sarebbe stato il Prof. Jason Jay, Director of the Sustainability Iniziative at Massachussets Institute of Technology (MIT).

La direzione incerta, titolo dell’intervento: “Misurare l’impatto sociale”.

Jason-Jay-066-profile (il Prof. Jason Jay)

Tenterò quindi anch’io il mare aperto, rari nantes in gurgite vasto, partendo da ciò che Jason ha indicato essere la Sostenibilità in una prospettiva modulare, interdipendente, embricata, riguardando in ultima il livello di interconnessione dei sistemi socio-economici; cos’è quindi questa Sostenibilità che azzarderei a definire olistica, universale se consideriamo ciò che negli Stati Uniti sta portando avanti, per altre vie, l’Attivismo Quantistico di Amit Goswami.
La Sostenibilità, articolata secondo il modello del gruppo di lavoro al MIT, va presa alla lontana, per così dire, in senso unificante, componendosi – a livello descrittivo e di modellizzazione – di più dimensioni:
1) AMBIENTALE
2) SOCIALE
3) ISTITUZIONALE (fondamentale la componente legislativa)
4) ORGANIZZATIVO AZIENDALE
5) PERSONALE
Su ogni segmento si è lavorato approfondendo e sviscerando il concetto, meglio ancora costrutto, da ogni angolatura, per giungere sul finale, a martedì inoltrato, alla conduzione di un affondo da parte di Jason che è suonato come richiamo alla responsabilità del singolo, nel proprio operare quotidiano, perché alla base di ogni processo decisionale sul mercato delle transazioni umane vi è una scelta, che è tale solo se è consapevole.
Interessante a riguardo è l’emergere, negli Stati Uniti, di un Forth Sector, un quarto settore, a scavalco, in quanto integrante gli interessi di una economia circolare dove ciò che è ibrido e innovativo premia in termini finanziari, ma soprattutto sociali in una nuova concezione di welfare partecipato; nella selva italiana qualche buona prassi potrebbe nascere dai Social Impact Bond. Ma siamo alla preistoria. Jason ha illustrato in maniera chiara le potenzialità di business del Quarto Settore oltreoceano, quadrante di convergenza tra pubblico e privato, dove operano con ottima capacità di movimento le cosiddette For Benefit Company, a tutti gli effetti un nuovo istituto.

Moltissimi altri spunti sono stati dati in aula dal conduttore: si è conversato di Indice di Progresso Sociale, arrivando a delineare, in un caso, la formula del successo.

Un’esperienza unica di presa visione… Di slancio conoscitivo, per provare a immaginare anche localmente altri mercati ed altre economie di sperimentazione.

Lode al femminino

Ospitiamo, di seguito, un contributo sulla contemporaneità a cura della dott.ssa Fulvia Vinante! Il suo è un punto di vista storico-artistico, avendo maturato i suoi studi in ambito di conservazione e gestione dei beni culturali. Buona lettura!

Il 7 marzo è la mia nuova e personalissima festa della donna, intima celebrazione del femminile. Il giorno in cui ho visitato la retrospettiva di Modotti al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona e ho partecipato al live di FKA twigs al Fabrique di Milano.

Avete presente? Tina Modotti (1896-1942), la fotografa italiana ritratta da Edward Weston durante gli anni messicani? E Tahliah Debrett Barnett (1988) in arte FKA twigs, aliena dell’elettronica contemporanea sbarcata in Inghilterra per mostrare corpo e voce su un palco, divinamente?

Loro, due artiste distanti cento anni, che ho incontrato lo stesso giorno, in due città diverse, in due contesti diversi. Può esserci distanza in queste due fotografie, in questi due sguardi?

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Se non fosse per il bianco e nero e lo sguardo abbassato di Tina, se non fosse per il chiaro e diretto guardare della divina Tahliah, tutto mi fa annullare le distanze d’epoca, stile, contesti.

Tina e Tahliah sono sessualità e femminilità. A loro modo, nel loro tempo. Corpi mostrati, ma mai volgari. Ricerca artistica su se stesse, cento anni fa e oggi. Con la fotografia, con la musica. Entrambe e con lo stesso obiettivo: lodare il femminino. Il corpo di Tina negli scatti di Weston, i testi di Tahliah nei dischi di FKA twigs. Le donne messicane di Tina, le movenze sensuali di Tahliah sul palco.

Tutto torna.

Ritorno a casa, l’8 marzo. Ricevo qualche augurio su WhatsApp. Non credo in questa celebrazione, ma dopo il mio 7 marzo ho capito l’importanza di due figure come Tina e Tahliah: consapevole del potenziale insito in ogni donna cercherò sempre di ricordare il loro coraggioso esempio di forza femminile.

Ascolti: Ibeyi – Ibeyi (2015)

 

 

Organizzazioni ibride: verso la convergenza di for profit e non profit

Il 23 e 24 febbraio ha preso avvio a Trento, presso la sede di ISA (Istituto Atesino di Sviluppo), Quartiere le Albere, la prima edizione dell’Executive Master in “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”; vicenda nata dalla collaborazione tra TSM (Trentino School of Management) e Università degli Studi di Trento.

Il corso, rivolto a una quarantina di partecipanti variamente distribuiti in termini di esperienza e provenienza, ha visto l’intervento apripista del Professor Antonino Vaccaro, esponente di spicco di una tra le Business School più affermate d’Europa (IESE); con approccio pragmatico, volto all’esercizio (learning by doing), attraverso lavori di gruppo e confronti serrati su casi specifici, Nino ci ha condotti per sentieri tortuosi, lungo i ripidi pendii dell’analisi socio-economica di questi nuovi istituti, organizzazioni ibride, a scavalco, nate dalla commistione di elementi provenienti dal for profit così come dal non profit. In tal senso non si è partiti da alcuna definizione manualizzata, privilegiando in questo modo l’approccio del fare assieme.

Richiamandomi al bel libro di Giovanni Moro, dal titolo provocatorio di “Contro il non – profit” (Edizioni Laterza, 2014), sempre più operatori e analisti si trovano a dover riflettere sulla natura di questi nuovi fenomeni o entità ibride, in qualche modo spurie.

Ma queste categorie antitetiche sono ancora esplicative di modelli organizzativi diversi? E’ possibile accostare ed in ultima coniugare business e sociale, ovvero considerare attigui e osmotici questi due mondi? Se sì, come è possibile generare processi che vedono al centro la dimensione etica tipica dei sistemi social (“fare il bene” come aspetto antropologicamente costitutivo della nostra umanità), con l’esigenza del business e quindi del guadagno?

Il Professor Vaccaro è convinto della necessità che il non profit si doti di dispositivi che ne favoriscano prima di tutto la trasparenza verso l’esterno, disvelando così la dimensione valoriale che è loro insita e che è punto di forza, se ben impiegata.

Interessante, da qui, vagheggiare sul contributo che la psicologia può fornire nella definizione dei processi decisionali delle persone, ovvero di tutti coloro che – di fatto – co-costruiscono il mercato degli scambi di beni e servizi.

Il master proseguirà il 16/17 marzo con Jason Jay, MIT (Massachusetts Institute of Technology).