Gestire l’innovazione sociale

Ultimi due appuntamenti con l’Executive Master organizzato da TSM; il 5 e 6 giugno i partecipanti hanno potuto apprezzare la preparazione e la passione di Ericka Costa, Università degli Studi di Trento e Tommaso Ramus, direttore del Center for Business Ethics, Católica-Lisbon, Portogallo.

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Il ragionamento, in conclusione di percorso, si è fatto complesso e articolato, quasi a voler sintetizzare gli elementi disseminati durante questa lunga traversata nelle acque incerte e burrascose di una nuova economia; l’innovazione sociale, la sua misurazione, la sostenibilità, i temi gestionali e normativi come risultanti di altrettante correnti carsiche.

Tra i vari argomenti trattati, un’ultima sottolineatura: esiste una differenza tra innovazione e innovazione sociale? Secondo il prof. Ramus sì; ciò che distingue i due tipi di innovazione è l’intenzionalità strategica, peraltro difficilmente misurabile (share value, corporate social responsability, ecc…). Scendendo ancor più nel dettaglio possiamo spingerci a dire che l’azienda “classicamente intesa” ha l’obiettivo di catturare valore per il proprio profitto mentre l’azienda (impresa) sociale ha l’obiettivo di creare valore per altri.

E’ comunque pensabile un tipo di organizzazione che sappia coniugare esigenze commerciali e sociali, questo il pensiero di Ericka Costa e Tommaso Ramus. La prospettiva, lo sguardo in avanti, ora più che mai, sembra portarci in questa direzione, favorendo un bilanciamento – nell’ottica della sostenibilità – tra social focus e commercial focus.

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Note a margine del Master in “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”. TSM – 23 febbraio – 6 giugno 2015.

Cosa significa per una organizzazione dotarsi di un modello di contabilità per uno sviluppo sostenibile? Secondo Massimo Contraffatto (Università degli Studi di Bergamo) e Ian Thomson (Heriot-Watt University, Edinburgh, UK) tale processo porta con sé una semplice considerazione, esprimibile con una metafora: la sostenibilità può essere vista come un elefante presente nel proprio soggiorno; in altri termini: non considerare la rilevanza dell’accounting (termine traducibile con rendicontazione) for sustainability come un tema centrale risulta oggi per ogni azienda come una operazione miope, senza sbocco, con un gioco di parole, insostenibile.

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Lo sviluppo sostenibile, afferma Contraffatto, è un concetto complesso di natura morale, cioè l’orientamento di fondo a ripensare alcuni assunti dell’attuale sistema economico-sociale al fine di immaginare un modello di sviluppo che si ispiri e inglobi concetti come quelli di eco-giustizia ed eco-efficienza nel fare ed essere impresa. A livello olistico, è bene sottolineare, l’azienda è un sistema di forze economiche che sviluppa, nell’ambiente di cui è parte complementare, un processo di produzione o consumo, o di produzione e consumo insieme, a favore del soggetto economico ed altresì degli individui che vi cooperano.
A partire da queste riflessioni di carattere generale si sviluppa un vero e proprio modus vivendi ed operandi, applicabile dentro e fuori le istituzioni, a 360 gradi. Siamo davanti ad una svolta, lo si sente da più parti; è necessario dotarsi di nuovi strumenti economici e sociali per evitare il tracollo; d’altronde le vie sono solamente due: perdersi nella disperazione del “niente può cambiare” o incamminarci verso un nuovo modello di sviluppo, mappando e riclassificando le nostre priorità.

Una fotografia grandangolare è quella scattata dai produttori del documentario Global Warming, la cui visione – di sicuro impatto – è stata il grimaldello, durante la due giorni, per entrare nel vivo degli argomenti trattati. Si è così impattato con i temi dell’ecologia planetaria, dell’interdipendenza dei sistemi economici-sociali-ambientali. Siamo nodi di una rete alla quale non possiamo sottrarci e rispetto alla quale siamo chiamati a rispondere con una accresciuta consapevolezza.
Moltissime sono state le modellizzazioni presentate in aula. Ciò che ha colpito però, ancora una volta, è stata l’enfasi posta dai due studiosi non tanto o non solo sul dato, sulla cifra, sul numero da mettere in bilancio, quanto sul processo, sulla creatività indispensabile per generare nuove prassi, nuovi sistemi, nuovi mondi.

Organizzazioni ibride: verso la convergenza di for profit e non profit

Il 23 e 24 febbraio ha preso avvio a Trento, presso la sede di ISA (Istituto Atesino di Sviluppo), Quartiere le Albere, la prima edizione dell’Executive Master in “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”; vicenda nata dalla collaborazione tra TSM (Trentino School of Management) e Università degli Studi di Trento.

Il corso, rivolto a una quarantina di partecipanti variamente distribuiti in termini di esperienza e provenienza, ha visto l’intervento apripista del Professor Antonino Vaccaro, esponente di spicco di una tra le Business School più affermate d’Europa (IESE); con approccio pragmatico, volto all’esercizio (learning by doing), attraverso lavori di gruppo e confronti serrati su casi specifici, Nino ci ha condotti per sentieri tortuosi, lungo i ripidi pendii dell’analisi socio-economica di questi nuovi istituti, organizzazioni ibride, a scavalco, nate dalla commistione di elementi provenienti dal for profit così come dal non profit. In tal senso non si è partiti da alcuna definizione manualizzata, privilegiando in questo modo l’approccio del fare assieme.

Richiamandomi al bel libro di Giovanni Moro, dal titolo provocatorio di “Contro il non – profit” (Edizioni Laterza, 2014), sempre più operatori e analisti si trovano a dover riflettere sulla natura di questi nuovi fenomeni o entità ibride, in qualche modo spurie.

Ma queste categorie antitetiche sono ancora esplicative di modelli organizzativi diversi? E’ possibile accostare ed in ultima coniugare business e sociale, ovvero considerare attigui e osmotici questi due mondi? Se sì, come è possibile generare processi che vedono al centro la dimensione etica tipica dei sistemi social (“fare il bene” come aspetto antropologicamente costitutivo della nostra umanità), con l’esigenza del business e quindi del guadagno?

Il Professor Vaccaro è convinto della necessità che il non profit si doti di dispositivi che ne favoriscano prima di tutto la trasparenza verso l’esterno, disvelando così la dimensione valoriale che è loro insita e che è punto di forza, se ben impiegata.

Interessante, da qui, vagheggiare sul contributo che la psicologia può fornire nella definizione dei processi decisionali delle persone, ovvero di tutti coloro che – di fatto – co-costruiscono il mercato degli scambi di beni e servizi.

Il master proseguirà il 16/17 marzo con Jason Jay, MIT (Massachusetts Institute of Technology).