Scritti

Gestire l’innovazione sociale

Ultimi due appuntamenti con l’Executive Master organizzato da TSM; il 5 e 6 giugno i partecipanti hanno potuto apprezzare la preparazione e la passione di Ericka Costa, Università degli Studi di Trento e Tommaso Ramus, direttore del Center for Business Ethics, Católica-Lisbon, Portogallo.

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Il ragionamento, in conclusione di percorso, si è fatto complesso e articolato, quasi a voler sintetizzare gli elementi disseminati durante questa lunga traversata nelle acque incerte e burrascose di una nuova economia; l’innovazione sociale, la sua misurazione, la sostenibilità, i temi gestionali e normativi come risultanti di altrettante correnti carsiche.

Tra i vari argomenti trattati, un’ultima sottolineatura: esiste una differenza tra innovazione e innovazione sociale? Secondo il prof. Ramus sì; ciò che distingue i due tipi di innovazione è l’intenzionalità strategica, peraltro difficilmente misurabile (share value, corporate social responsability, ecc…). Scendendo ancor più nel dettaglio possiamo spingerci a dire che l’azienda “classicamente intesa” ha l’obiettivo di catturare valore per il proprio profitto mentre l’azienda (impresa) sociale ha l’obiettivo di creare valore per altri.

E’ comunque pensabile un tipo di organizzazione che sappia coniugare esigenze commerciali e sociali, questo il pensiero di Ericka Costa e Tommaso Ramus. La prospettiva, lo sguardo in avanti, ora più che mai, sembra portarci in questa direzione, favorendo un bilanciamento – nell’ottica della sostenibilità – tra social focus e commercial focus.

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Note a margine del Master in “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”. TSM – 23 febbraio – 6 giugno 2015.

Cosa significa per una organizzazione dotarsi di un modello di contabilità per uno sviluppo sostenibile? Secondo Massimo Contraffatto (Università degli Studi di Bergamo) e Ian Thomson (Heriot-Watt University, Edinburgh, UK) tale processo porta con sé una semplice considerazione, esprimibile con una metafora: la sostenibilità può essere vista come un elefante presente nel proprio soggiorno; in altri termini: non considerare la rilevanza dell’accounting (termine traducibile con rendicontazione) for sustainability come un tema centrale risulta oggi per ogni azienda come una operazione miope, senza sbocco, con un gioco di parole, insostenibile.

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Lo sviluppo sostenibile, afferma Contraffatto, è un concetto complesso di natura morale, cioè l’orientamento di fondo a ripensare alcuni assunti dell’attuale sistema economico-sociale al fine di immaginare un modello di sviluppo che si ispiri e inglobi concetti come quelli di eco-giustizia ed eco-efficienza nel fare ed essere impresa. A livello olistico, è bene sottolineare, l’azienda è un sistema di forze economiche che sviluppa, nell’ambiente di cui è parte complementare, un processo di produzione o consumo, o di produzione e consumo insieme, a favore del soggetto economico ed altresì degli individui che vi cooperano.
A partire da queste riflessioni di carattere generale si sviluppa un vero e proprio modus vivendi ed operandi, applicabile dentro e fuori le istituzioni, a 360 gradi. Siamo davanti ad una svolta, lo si sente da più parti; è necessario dotarsi di nuovi strumenti economici e sociali per evitare il tracollo; d’altronde le vie sono solamente due: perdersi nella disperazione del “niente può cambiare” o incamminarci verso un nuovo modello di sviluppo, mappando e riclassificando le nostre priorità.

Una fotografia grandangolare è quella scattata dai produttori del documentario Global Warming, la cui visione – di sicuro impatto – è stata il grimaldello, durante la due giorni, per entrare nel vivo degli argomenti trattati. Si è così impattato con i temi dell’ecologia planetaria, dell’interdipendenza dei sistemi economici-sociali-ambientali. Siamo nodi di una rete alla quale non possiamo sottrarci e rispetto alla quale siamo chiamati a rispondere con una accresciuta consapevolezza.
Moltissime sono state le modellizzazioni presentate in aula. Ciò che ha colpito però, ancora una volta, è stata l’enfasi posta dai due studiosi non tanto o non solo sul dato, sulla cifra, sul numero da mettere in bilancio, quanto sul processo, sulla creatività indispensabile per generare nuove prassi, nuovi sistemi, nuovi mondi.

Mental Training: spunti per una riflessione possibile

Con mental training, o allenamento mentale, ci riferiamo a una serie di pratiche psico-corporee, più o meno formalizzate e costituitesi a livello di tecnica o protocollo, attraverso le quali è possibile migliorare le prestazioni degli atleti in ambito sportivo.

 

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Questo ambito di studio ha riscosso, nel corso degli ultimi dieci / vent’anni, un notevole interesse di pubblico, in parallelo alla diffusione e all’impiego della psicologia negli ambiti più diversi della società civile. In particolare, per quanto concerne il tennis, si è assistito a una proliferazione di pubblicazioni e approfondimenti, ad opera di tennisti professionisti ma non solo, con un focus preciso sulla cosiddetta “dimensione” o “forza mentale”: questa categoria di senso comune comprende in realtà un variegato panorama di dispositivi conoscitivi legati ad una generale esigenza/richiesta, da parte degli sportivi, di incremento dell’auto-consapevolezza; riporto di seguito, a titolo esemplificativo, alcune domande alle quali i tennisti cercano di dare risposta durante un incontro: “Cosa mi sta succedendo in questo momento?”, “Perchè mi sento nervoso?”, “Cosa mi ha detto di fare il mio allenatore in questi casi?”, “Come posso riuscire a batterlo se non sta sbagliando nulla?”… Il cosiddetto self-talk costituisce una parte rilevante e significativa dell’attività mentale di ogni tennista, il quale, oltre a rivolgersi delle domande, si carica o si deprime attraverso delle specifiche esortazioni: “Dai adesso, non mollare”, “Sei un cretino, sulla palla break non dovevi tirare così forte”, “Ormai è finita, sono fuori!”… Impiegando nel farlo la prima o la terza persona indistintamente. Ciò che è evidente da questi spunti è che i processi mentali o psicologici interagiscono con la dimensione corporea, stabilendo quali azioni intraprendere nei confronti di condizioni di gioco estremamente stressanti. L’aspetto della tensione pre-gara, durante alcune fasi calde di una partita, così come in avvenimenti particolarmente lunghi in termini di durata; si pensi allo sforzo, agli scambi interminabili, allo strain, nei tornei dello Slam giocati al meglio dei 3 set su 5 dove le partire possono durare anche cinque o sei ore; tutto ciò è intimamente connesso con questa pratica sportiva. A livello fisiologico tale condizione è tendenzialmente evitabile, ovvero non ricercata, ponendoci pertanto di fronte al dilemma/dramma evolutivo-filogenetico del “fight or flight” (combatti o fuggi), immaginando lo sviluppo di tale funzione adattativa fin dalle origini: l’uomo, oggi come allora, di fronte al rischio di essere divorato da una belva feroce, aveva due possibilità: lottare o tentare la via di fuga (quest’ultima eventualità è ciò che propriamente succede su un campo da tennis allorquando l’osservatore attento a bordo campo inizia ad esprimersi con commenti del tipo: “Orma è uscito dal match”, “Si è sciolto”, “Con la testa è già in doccia”, “Quando c’è da lottare piuttosto che stare in campo butta via tutto”…). Immagini queste sommamente evocative. Il dialogo interno così come il funzionale riconoscimento dello stress sono due fattori che un esperto mental trainer può impiegare per “accendere una lampadina” nell’atleta, per donare cioè un nome ad esperienze confuse e ad alto tasso di frustrazione: si consideri qui la rilevanza, ai fini dello score, degli errori gratuiti (o non forzati) nell’economia di un incontro. All’interno di un ambito di ricerca e di applicazione che ha appena iniziato a muovere i suoi primi passi, la figura del mental trainer si colloca a scavalco, con funzioni di psicologo, laddove sia presente specifica formazione, o alternativamente di mediatore, facilitatore della comunicazione tra allievi, genitori, maestri, preparatori atletici, ridefinendo e riconfigurando ogni volta uno spazio generativo di nuovi processi legati alla miglioramento delle performances.

Il Social Impact Investment

Terzo appuntamento, il 17 e 18 aprile,  con l’Executive Master in “creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale“; come sempre organizzato da TSM nella prestigiosa sede di ISA, quartiere “Le Albere”, Trento.
Il tema impattato, in questo giro di giostra, è proprio il caso di dirlo, è stato quello del social investement: ovvero: come è possibile il ritorno finanziario nelle nuove progettualità che strizzano l’occhio alla social innovation? Detto in altri termini: quali sono gli strumenti finanziari maggiormente response rispetto ad una economia che voglia definirsi sociale? Parlare di finanza significa ragionare con i numeri, certamente, ma quello che Filippo Addarii e Indy Johar, della Young Fondation, hanno trasmesso ai partecipanti è stato il senso di un processo creativo e partecipato di cui la finanza è l’esito e il precipitato di relazioni umane basate sulla fiducia e l’empatia. Non una novità potrebbero pensare in molti; l’elemento di rottura e di apertura in questo caso è rappresentato, io credo, dall’avvicinamento ad un modus procedendi fatto di visione ampia e di dialogo, moltissimo, fittissimo dialogo costruttivo e creativo, tra pubblico e privato, nel tentativo di generare uno spazio terzo, neutro, transizionale, in grado di riplasmarsi continuamente, rispondendo in maniera efficace ed efficiente ai movimenti della contemporaneità.

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Nello specifico si è puntato molto, nelle due giornate – ed ecco il contributo della psicologia – alla comprensione delle motivazioni non economiche degli individui. La finanza è stata descritta, artigianalmente, come arte, come tecnica, di certo lontana dalla scienza esatta dei numeri astratti.
Case studies, virtuosi o meno, direttamente dalla city londinese, sono stati piacevolmente riportati dal filosofo Addarii e dall’architetto Johar, come dire che la formazione è la base di partenza di un poliedro di esperienze in costante divenire.

Il cambiamento di “tipo 2” nello sport e nel gioco del tennis

Cosa intendiamo quando parliamo di cambiamento di “tipo 2”? Da dove deriva questa espressione? Esistono due tipi di cambiamento quindi? Secondo la psicologia della Scuola di Palo Alto, a cui si deve questa concettualizzazione, nelle relazioni umane disfunzionali tendiamo a mettere in scena le cosiddette “tentate soluzioni”, ovvero ci sforziamo di risolvere un problema attraverso modalità che non fanno altro che mantenerne inalterata la composizione. Il riferimento qui è Change di Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fish, un testo degli anni Settanta di assoluto valore e attualità.

Per capire però di cosa si tratta possiamo prendere come esempio il gioco dell’unire 9 punti con 4 linee in modo tale che disegnando la formazione su un supporto, con uno strumento scrivente, dobbiamo essere in grado di svolgere questa operazione senza staccarci dalla base su cui stiamo tracciando:

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La soluzione, che potete trovare su internet o nel libro citato, è possibile solamente uscendo dallo schema prefissato, assumendo una prospettiva nuova, grandangolare, che muta l’equilibrio, rompendo la coerenza e creando un nuovo assetto… Con una bellissima parola, una nuova mescola.

Potremmo dire, con gli autori di Change, che mentre il cambiamento di “tipo 1” è sempre basato sul senso comune, il cambiamento di “tipo 2” di solito è bizzarro, inatteso, illogico; il modo con cui si produce è cioè caratterizzato dalla presenza di un elemento paradossale, sconcertante.

Ora: è possibile operare un cambiamento di “tipo 2” nelle competizioni agonistiche? La risposta è sì. Un bell’esempio di come ciò sia traducibile su un piano di realtà, oltre il gioco dei nove punti e a ripresa dell’affondo conoscitivo del gruppo della Scuola di Palo Alto, celo offre Michael Chang; un tennista: siamo nel 1989, ottavi di finale del Roland Garros (per inciso edizione che questo campione finì per aggiudicarsi). Dai due lati della rete, come spesso accade nelle grandi sfide, due modelli, due mondi, due stili di gioco; la creatività dell’americano-taiwanese Michael Chang contro l’incrollabile freddezza del ceco Ivan Lendl; nonostante i crampi è il primo a trionfare, vincendo una partita pazzesca grazie ad una consapevolezza strategica dei propri mezzi senza eguali. Completamente nel flow (detta anche zona o trance agonistica) nel filmato più sotto possiamo osservare cosa avviene; per ben due volte quello che accade ha dell’incredibile:

A conclusione di quanto si è visto una considerazione ulteriore per maestri, allenatori, genitori, semplici appassionati: come Chang nel 1989 anche oggi, a qualsiasi livello agonistico, rimanendo nelle regole del gioco e del rispetto per l’avversario, possiamo utilizzare delle strategie, avere dei guizzi, mettere in scena un personaggio con l’obiettivo di vincere correttamente una partita. Lasciamo quindi che i più giovani possano sperimentarsi, divertendosi e migliorandosi allo stesso tempo. In linea con queste affermazioni Il tenniS di Sinnet rappresenta un innovativo progetto educativo-formativo rivolto a bambini e giovani ragazzi con l’obiettivo di insegnare qualcosa rispetto a questo sport, considerando la rilevanza dell’equilibrio e della salute psicologica delle giovani generazioni.

Sostenibilità a livello olistico: la lezione di Jason Jay

Risulterebbe impresa destinata al fallimento il tentativo di comprimere in poche righe la lezione di Jason Jay: rilevanza e vastità dei temi trattati, visione grandangolare, profondità d’analisi, umiltà che diviene pragmatismo e capacità di interazione in aula utilizzando con proprietà e competenza la lingua inglese e l’italiano, in un gioco di scambi degno di un vero e proprio Wegweiser: un segnavia.
Ugualmente ne seguirò il tracciato, riportando alcune considerazioni su come si è svolto questo secondo appuntamento, sorta di cronaca, all’interno del percorso formativo organizzato da TSM e Università degli Studi di Trento; il 16 e 17 maggio l’Evento per i partecipanti alla prima edizione dell’Executive Master: Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale: per due giorni il nostro homo viator sarebbe stato il Prof. Jason Jay, Director of the Sustainability Iniziative at Massachussets Institute of Technology (MIT).

La direzione incerta, titolo dell’intervento: “Misurare l’impatto sociale”.

Jason-Jay-066-profile (il Prof. Jason Jay)

Tenterò quindi anch’io il mare aperto, rari nantes in gurgite vasto, partendo da ciò che Jason ha indicato essere la Sostenibilità in una prospettiva modulare, interdipendente, embricata, riguardando in ultima il livello di interconnessione dei sistemi socio-economici; cos’è quindi questa Sostenibilità che azzarderei a definire olistica, universale se consideriamo ciò che negli Stati Uniti sta portando avanti, per altre vie, l’Attivismo Quantistico di Amit Goswami.
La Sostenibilità, articolata secondo il modello del gruppo di lavoro al MIT, va presa alla lontana, per così dire, in senso unificante, componendosi – a livello descrittivo e di modellizzazione – di più dimensioni:
1) AMBIENTALE
2) SOCIALE
3) ISTITUZIONALE (fondamentale la componente legislativa)
4) ORGANIZZATIVO AZIENDALE
5) PERSONALE
Su ogni segmento si è lavorato approfondendo e sviscerando il concetto, meglio ancora costrutto, da ogni angolatura, per giungere sul finale, a martedì inoltrato, alla conduzione di un affondo da parte di Jason che è suonato come richiamo alla responsabilità del singolo, nel proprio operare quotidiano, perché alla base di ogni processo decisionale sul mercato delle transazioni umane vi è una scelta, che è tale solo se è consapevole.
Interessante a riguardo è l’emergere, negli Stati Uniti, di un Forth Sector, un quarto settore, a scavalco, in quanto integrante gli interessi di una economia circolare dove ciò che è ibrido e innovativo premia in termini finanziari, ma soprattutto sociali in una nuova concezione di welfare partecipato; nella selva italiana qualche buona prassi potrebbe nascere dai Social Impact Bond. Ma siamo alla preistoria. Jason ha illustrato in maniera chiara le potenzialità di business del Quarto Settore oltreoceano, quadrante di convergenza tra pubblico e privato, dove operano con ottima capacità di movimento le cosiddette For Benefit Company, a tutti gli effetti un nuovo istituto.

Moltissimi altri spunti sono stati dati in aula dal conduttore: si è conversato di Indice di Progresso Sociale, arrivando a delineare, in un caso, la formula del successo.

Un’esperienza unica di presa visione… Di slancio conoscitivo, per provare a immaginare anche localmente altri mercati ed altre economie di sperimentazione.

Lode al femminino

Ospitiamo, di seguito, un contributo sulla contemporaneità a cura della dott.ssa Fulvia Vinante! Il suo è un punto di vista storico-artistico, avendo maturato i suoi studi in ambito di conservazione e gestione dei beni culturali. Buona lettura!

Il 7 marzo è la mia nuova e personalissima festa della donna, intima celebrazione del femminile. Il giorno in cui ho visitato la retrospettiva di Modotti al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona e ho partecipato al live di FKA twigs al Fabrique di Milano.

Avete presente? Tina Modotti (1896-1942), la fotografa italiana ritratta da Edward Weston durante gli anni messicani? E Tahliah Debrett Barnett (1988) in arte FKA twigs, aliena dell’elettronica contemporanea sbarcata in Inghilterra per mostrare corpo e voce su un palco, divinamente?

Loro, due artiste distanti cento anni, che ho incontrato lo stesso giorno, in due città diverse, in due contesti diversi. Può esserci distanza in queste due fotografie, in questi due sguardi?

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Se non fosse per il bianco e nero e lo sguardo abbassato di Tina, se non fosse per il chiaro e diretto guardare della divina Tahliah, tutto mi fa annullare le distanze d’epoca, stile, contesti.

Tina e Tahliah sono sessualità e femminilità. A loro modo, nel loro tempo. Corpi mostrati, ma mai volgari. Ricerca artistica su se stesse, cento anni fa e oggi. Con la fotografia, con la musica. Entrambe e con lo stesso obiettivo: lodare il femminino. Il corpo di Tina negli scatti di Weston, i testi di Tahliah nei dischi di FKA twigs. Le donne messicane di Tina, le movenze sensuali di Tahliah sul palco.

Tutto torna.

Ritorno a casa, l’8 marzo. Ricevo qualche augurio su WhatsApp. Non credo in questa celebrazione, ma dopo il mio 7 marzo ho capito l’importanza di due figure come Tina e Tahliah: consapevole del potenziale insito in ogni donna cercherò sempre di ricordare il loro coraggioso esempio di forza femminile.

Ascolti: Ibeyi – Ibeyi (2015)

 

 

La psicologia può occuparsi di sport?

1388881205000-EPA-QATAR-TENNIS-ATP-WORLD-TOUR-2014-001Per giocare a tennis non servono psicologi. Gli psicologi aiutano per i temi importanti della vita, non per giocare a tennis, che non deve diventare una cosa drammatica o più speciale di quanto non sia. Capisco l’aiuto di uno psicologo per un tennista, ma solo per la vita fuori dal campo“.

Così Rafael Nadal: il campione maiorchino, vincitore di 14 titoli Slam e considerato da tutti, addetti ai lavori e semplici appassionati, come un esempio di lealtà, abnegazione, atleticismo, ma soprattutto, forza mentale.

Mio caro Rafa! Quest’ultima dimensione, nata, accolta, coltivata nel tempo grazie agli insegnamenti impartiti dal tuo mentore e coach, Zio Toni, ti ha consentito fin qui di giocare con maggior tranquillità i punti chiave dei moltissimi match disputati a livello professionistico. Sessantacinque sono le tue coppe in bacheca!

Perché non pensare, quindi, alla possibilità che anche altri tennisti, meno quotati su questo aspetto, possano agevolarsi di questi insegnamenti? Sviluppando conoscenza e di conseguenza una diversa attitudine in campo?

Fortunatamente la psicologia non si occupa solo di malessere, clinicizzando e patologizzando ogni condotta che gli capiti a tiro, ma anche di benessere e salute, promuovendo comportamenti virtuosi e responsabili… Perché il tennis sarà pure un gioco ma alla fine chi alza il trofeo è solamente uno dei due contendenti!!

Organizzazioni ibride: verso la convergenza di for profit e non profit

Il 23 e 24 febbraio ha preso avvio a Trento, presso la sede di ISA (Istituto Atesino di Sviluppo), Quartiere le Albere, la prima edizione dell’Executive Master in “Creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale”; vicenda nata dalla collaborazione tra TSM (Trentino School of Management) e Università degli Studi di Trento.

Il corso, rivolto a una quarantina di partecipanti variamente distribuiti in termini di esperienza e provenienza, ha visto l’intervento apripista del Professor Antonino Vaccaro, esponente di spicco di una tra le Business School più affermate d’Europa (IESE); con approccio pragmatico, volto all’esercizio (learning by doing), attraverso lavori di gruppo e confronti serrati su casi specifici, Nino ci ha condotti per sentieri tortuosi, lungo i ripidi pendii dell’analisi socio-economica di questi nuovi istituti, organizzazioni ibride, a scavalco, nate dalla commistione di elementi provenienti dal for profit così come dal non profit. In tal senso non si è partiti da alcuna definizione manualizzata, privilegiando in questo modo l’approccio del fare assieme.

Richiamandomi al bel libro di Giovanni Moro, dal titolo provocatorio di “Contro il non – profit” (Edizioni Laterza, 2014), sempre più operatori e analisti si trovano a dover riflettere sulla natura di questi nuovi fenomeni o entità ibride, in qualche modo spurie.

Ma queste categorie antitetiche sono ancora esplicative di modelli organizzativi diversi? E’ possibile accostare ed in ultima coniugare business e sociale, ovvero considerare attigui e osmotici questi due mondi? Se sì, come è possibile generare processi che vedono al centro la dimensione etica tipica dei sistemi social (“fare il bene” come aspetto antropologicamente costitutivo della nostra umanità), con l’esigenza del business e quindi del guadagno?

Il Professor Vaccaro è convinto della necessità che il non profit si doti di dispositivi che ne favoriscano prima di tutto la trasparenza verso l’esterno, disvelando così la dimensione valoriale che è loro insita e che è punto di forza, se ben impiegata.

Interessante, da qui, vagheggiare sul contributo che la psicologia può fornire nella definizione dei processi decisionali delle persone, ovvero di tutti coloro che – di fatto – co-costruiscono il mercato degli scambi di beni e servizi.

Il master proseguirà il 16/17 marzo con Jason Jay, MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Il rap di Marracash: ovvero: come interloquire con la contemporaneità

“… Tu vivi sempre connessa come una disconnessa, chi ti conosce meglio è il tuo motore di ricerca, lì hai trovato quello che cercano in tanti, l’illusione di avere amici e vite interessanti…”

marracash-tour-instoreHo ascoltato recentemente la canzone di Marracash, rapper milanese classe 1979, dal titolo “Sindrome depressiva da social network“; quattordicesima traccia estratta dall’ultimo album “Status”, Edizioni Universal (2015); l’album risulta gradevole ed omogeneo, nonostante la presenza di numerosi featuring: tra i quali Fabri Fibra, Neffa, Tiziano Ferro, Salmo e altri ancora; ciò che mi ha attratto deve essere stato il titolo contenente la parola “Sindrome” che a tutti gli psicologi che si interessano di epistemologia suona come qualcosa di “Incerto”, “Poco chiaro”, da qui la mia curiosità; l’intento di questo breve appunto non è però quello di addentrarsi all’interno della struttura di questo disco, discutere di battute o di flow, di stile; la spinta a scriverne, assecondando solo in parte la mia vena recensistica, deriva piuttosto dall’aiutare a comprendere la rilevanza del linguaggio rap in quanto potente dispositivo dialogico e di incontro, nelle mani di quegli operatori attivi in ambienti educativi o culturali che ne abbiano consapevolezza in termini di utilizzo per obiettivi. Più semplicemente: il linguaggio rap è un tipo di retorica che può essere strategico conoscere se si opera in taluni contesti; ha la caratteristica di essere immediato e velocemente fruibile; se fosse un qualche tipo di cibo risulterebbe tra i più nutrienti e gustosi; i giovani – in particolar modo – ne sono golosi; abituati ab origine a vivere in una società ipercinetica e stimolante, impattando con ogni tipo di linguaggio e divorando senza tregua storie su storie, fanno il carico in questo modo di situazioni fortemente emozionali, potremmo dire “vive”. Prendere coscienza di ciò significa poter indagare il mondo di questi ascoltatori. Interessandosi a questi accadimenti si studiano in realtà i fenomeni dell’utilizzo del linguaggio per generare le realtà che abitiamo o che in prevalenza abitano coloro i quali ne usufruiscono (siano essi giovani o meno giovani).
Tornando alla traccia in questione, quello che Marracash fa è un’operazione di ostensione e dispiegamento di fenomeni attualissimi la cui conoscenza consente margini d’intervento e di replica attuali e in linea con la contemporaneità.