“Se scrivo una canzone d’amore lei quando l’ascolta non si bagna ma piove”

Willie Peyote è uno dei rappresentanti più illustri di quella che una volta veniva definita la “scena hip-hop” o rap italiana, anche se ora si dovrebbe parlare più propriamente di un panorama musicale globale, fortemente anabolizzato e reso ipertrofico dalla mole di informazioni sparata in rete a velocità fino a qualche anno fa impensabili. Tutto ciò sta contribuendo a modificare grandemente il nostro assetto sociale, il nostro modo di condivivere le relazioni, gli scambi, le transazioni umane; piattaforme intrecciate che dislocano identità, fanno convergere eventi, presentificano il temporale, ora più che mai vissuto in un’unica grande istantaneità; il differimento è quasi scomparso a vantaggio di una fruizione costante e senza (apparente) soluzione di continuità; social media, virtualità dei più moderni dispositivi tecnologici smartphone dotati di avveniristici visori, tablet, console, linkaggi (si veda nel presente articolo i vari rimandi a You Tube o Wikipedia), chace, feed, iscrizioni, abbonamenti, preferenze estorte più o meno consapevolmente attraverso la più semplice delle operazioni: la consultazione di una pagina web. Snodi, interconnessioni, energia; il nostro lessico esprime il nostro essere informazionale e quantistico a caccia di risposte sottoforma di urgenze semantiche. Cos’è la conoscenza? Come procede? Come impiega i legacci liguistici? Continuando a generare se stessa stabilendo al suo interno le stesse regole che la governano; nel caso della produzione artistica il criterio è l’ostensione di significato attraverso l’uso della parola.

Vi siete persi? Potenza della generazione di un testo, poco importa se catalogato come articolo, saggio, recensione, insalata di parole, trattato, esperimento riuscito o meno, meltin pot… Etichette linguistiche con l’unico scopo di normare e rendere intellegibile un materiale altrimenti sconfinato e incerto. Partendo da queste premesse questo tracciato, con pochi segnavia, si lega all’elemento testo, al segno, impiegando in questo il paradigma narrativistico, ponendo al centro il valore d’uso del linguaggio; nel caso della musica il valore d’uso delle parole in direzione della generazione di realtà altre.

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Ma torniamo a Willie Peyote, alle sue canzoni, ai suoi album, ai suoi “viaggi”; il suo progetto è interessante per l’imponente mole di storie, innovative, stilose, giocose, intrecciate, hardcore, spiazzanti. Il video, la musica e il testo di Friggi le polpette nella merda penso valgano più di mille parole (a proposito di valore d’uso).

Dai suoi testi appare chiaro come il linguaggio sia strumento generativo artistico, ovvero generativo e creativo a un tempo di nuovi modelli, nuovi mondi di una contemporaneità distintiva; non si nasconde Guglielmo Bruno, non le manda a dire in Peyote 451, riuscendo a piegare le parole in direzioni insolite e dissonanti rispetto a generi o stilemi prefissati; ciò che colpisce è l’attualità dei temi e la prospettiva critica, la propulsione dissacrante poggiata su ottime basi strumentali; per avere una idea del tutto si ascolti ancora Oscar Carogna.

Tutto ciò si ritaglia attorno ad un personaggio che sa di veracità, di consapevolezza; la musica tocca le corde dell’emotività oltre che stuzzicare il pensiero, se di buona musica si tratta; e quella di Willie lo è di certo… “Portami con te via finché sento che c’è sintonia, diretti verso altri lidi”, così rappava qualche anno fa un altro grande MC.

Il rap di Marracash: ovvero: come interloquire con la contemporaneità

“… Tu vivi sempre connessa come una disconnessa, chi ti conosce meglio è il tuo motore di ricerca, lì hai trovato quello che cercano in tanti, l’illusione di avere amici e vite interessanti…”

marracash-tour-instoreHo ascoltato recentemente la canzone di Marracash, rapper milanese classe 1979, dal titolo “Sindrome depressiva da social network“; quattordicesima traccia estratta dall’ultimo album “Status”, Edizioni Universal (2015); l’album risulta gradevole ed omogeneo, nonostante la presenza di numerosi featuring: tra i quali Fabri Fibra, Neffa, Tiziano Ferro, Salmo e altri ancora; ciò che mi ha attratto deve essere stato il titolo contenente la parola “Sindrome” che a tutti gli psicologi che si interessano di epistemologia suona come qualcosa di “Incerto”, “Poco chiaro”, da qui la mia curiosità; l’intento di questo breve appunto non è però quello di addentrarsi all’interno della struttura di questo disco, discutere di battute o di flow, di stile; la spinta a scriverne, assecondando solo in parte la mia vena recensistica, deriva piuttosto dall’aiutare a comprendere la rilevanza del linguaggio rap in quanto potente dispositivo dialogico e di incontro, nelle mani di quegli operatori attivi in ambienti educativi o culturali che ne abbiano consapevolezza in termini di utilizzo per obiettivi. Più semplicemente: il linguaggio rap è un tipo di retorica che può essere strategico conoscere se si opera in taluni contesti; ha la caratteristica di essere immediato e velocemente fruibile; se fosse un qualche tipo di cibo risulterebbe tra i più nutrienti e gustosi; i giovani – in particolar modo – ne sono golosi; abituati ab origine a vivere in una società ipercinetica e stimolante, impattando con ogni tipo di linguaggio e divorando senza tregua storie su storie, fanno il carico in questo modo di situazioni fortemente emozionali, potremmo dire “vive”. Prendere coscienza di ciò significa poter indagare il mondo di questi ascoltatori. Interessandosi a questi accadimenti si studiano in realtà i fenomeni dell’utilizzo del linguaggio per generare le realtà che abitiamo o che in prevalenza abitano coloro i quali ne usufruiscono (siano essi giovani o meno giovani).
Tornando alla traccia in questione, quello che Marracash fa è un’operazione di ostensione e dispiegamento di fenomeni attualissimi la cui conoscenza consente margini d’intervento e di replica attuali e in linea con la contemporaneità.