Il Social Impact Investment

Terzo appuntamento, il 17 e 18 aprile,  con l’Executive Master in “creazione di business sostenibile: strategie e modelli di organizzazione per l’innovazione sociale“; come sempre organizzato da TSM nella prestigiosa sede di ISA, quartiere “Le Albere”, Trento.
Il tema impattato, in questo giro di giostra, è proprio il caso di dirlo, è stato quello del social investement: ovvero: come è possibile il ritorno finanziario nelle nuove progettualità che strizzano l’occhio alla social innovation? Detto in altri termini: quali sono gli strumenti finanziari maggiormente response rispetto ad una economia che voglia definirsi sociale? Parlare di finanza significa ragionare con i numeri, certamente, ma quello che Filippo Addarii e Indy Johar, della Young Fondation, hanno trasmesso ai partecipanti è stato il senso di un processo creativo e partecipato di cui la finanza è l’esito e il precipitato di relazioni umane basate sulla fiducia e l’empatia. Non una novità potrebbero pensare in molti; l’elemento di rottura e di apertura in questo caso è rappresentato, io credo, dall’avvicinamento ad un modus procedendi fatto di visione ampia e di dialogo, moltissimo, fittissimo dialogo costruttivo e creativo, tra pubblico e privato, nel tentativo di generare uno spazio terzo, neutro, transizionale, in grado di riplasmarsi continuamente, rispondendo in maniera efficace ed efficiente ai movimenti della contemporaneità.

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Nello specifico si è puntato molto, nelle due giornate – ed ecco il contributo della psicologia – alla comprensione delle motivazioni non economiche degli individui. La finanza è stata descritta, artigianalmente, come arte, come tecnica, di certo lontana dalla scienza esatta dei numeri astratti.
Case studies, virtuosi o meno, direttamente dalla city londinese, sono stati piacevolmente riportati dal filosofo Addarii e dall’architetto Johar, come dire che la formazione è la base di partenza di un poliedro di esperienze in costante divenire.

La psicologia può occuparsi di sport?

1388881205000-EPA-QATAR-TENNIS-ATP-WORLD-TOUR-2014-001Per giocare a tennis non servono psicologi. Gli psicologi aiutano per i temi importanti della vita, non per giocare a tennis, che non deve diventare una cosa drammatica o più speciale di quanto non sia. Capisco l’aiuto di uno psicologo per un tennista, ma solo per la vita fuori dal campo“.

Così Rafael Nadal: il campione maiorchino, vincitore di 14 titoli Slam e considerato da tutti, addetti ai lavori e semplici appassionati, come un esempio di lealtà, abnegazione, atleticismo, ma soprattutto, forza mentale.

Mio caro Rafa! Quest’ultima dimensione, nata, accolta, coltivata nel tempo grazie agli insegnamenti impartiti dal tuo mentore e coach, Zio Toni, ti ha consentito fin qui di giocare con maggior tranquillità i punti chiave dei moltissimi match disputati a livello professionistico. Sessantacinque sono le tue coppe in bacheca!

Perché non pensare, quindi, alla possibilità che anche altri tennisti, meno quotati su questo aspetto, possano agevolarsi di questi insegnamenti? Sviluppando conoscenza e di conseguenza una diversa attitudine in campo?

Fortunatamente la psicologia non si occupa solo di malessere, clinicizzando e patologizzando ogni condotta che gli capiti a tiro, ma anche di benessere e salute, promuovendo comportamenti virtuosi e responsabili… Perché il tennis sarà pure un gioco ma alla fine chi alza il trofeo è solamente uno dei due contendenti!!

Game! Set! Match! (o Gioco! Partita! Incontro… Se preferite)

Game! Set! Match!

Sì, ma quanta fatica per concretizzare il match-point, quanta fatica per guadagnarsi la possibilità di giocarsi un match point!

Fred Gilbert, ex giocatore ATP, nel suo libro “Vincere sporco, guerra mentale nel tennis – lezioni da un maestro” (ed. Priuli e Verlucca, 2014), ci svela come in passato sia riuscito a battere giocatori sulla carta molto più quotati di lui; in particolare ci svela un aspetto del suo gioco molto spesso trascurato dagli altri tennisti: mentre su fasi di punteggio come 40/vantaggio int o est. o 40/0 o 40/15, sia nella posizione di battitore che di ribattitore, un campanellino d’allarme si accende comunque, istintivamente, ovvero tale processo d’attivazione è dovuto alla particolare condizione in cui ci pone il punteggio (momento decisivo per le sorti del game), e quindi subiamo immancabilmente più pressione (stress da cui tendiamo a fuggire nella logica ‘combatti o fuggi’); nel caso di punteggi come 30/15 o 15/30, quelli che Gilbert chiama “punti preparatori”, la pressione è minore ma proprio per questo possiamo/dobbiamo giocare in modo più accorto, perché è da qui che ci si porterà a giocare un punto fondamentale per le sorti del Gioco (Game). Non tutti lo sanno fare, sicuramente in pochi con la qualità e la continuità che contraddistinguevano il gioco dello stratega Fred Gilbert.

Noi siamo le storie degli altri

Queste mie riflessioni, volutamente a ruota libera, partono da questa recente considerazione espressa da un amico: “noi ci stordiamo di storie”; in altri termini credo che egli volesse dire che noi esseri umani cerchiamo costantemente i racconti e le situazioni degli altri per tornare ad adombrare noi stessi; è ciò che avviene attraverso i mezzi più disparati: libri, film, fumetti, (video)giochi di ogni genere… Dove impersoniamo altri, fingiamo di essere altro/i.

storia
Se portassimo alle estreme conseguenze questo motivo potremmo arrivare a considerare la non esistenza di quello che in tempi e spazi diversi è stato definito l’Io, il Sè, la Meità, l’Ipseità, l’Ego, l’Identità, ovvero questi costrutti potrebbero trovare cittadinanza teorica unicamente se posti in relazione indisgiungibile con l’Altro, l’Alter, la Noità, l’Intersoggettività.
Spingendo ancora oltre l’asticella potremmo adesso collegarci al Buddhismo quando sostiene la “diffusione del Sè”, la consapevolezza – raggiungibile nei più alti stadi meditativi – dell’appartenenza ad una Totalità vasta e avvolgente dove l’idea stessa di “Io” si scioglie per abbracciare l’infinito.
Non sorprende che la Fisica Quantistica, da qualche tempo impegnata in un proficuo dialogo con monaci e guaritori, si collochi in linea con quanto finora espresso.
Ecco che l’elemento relazionale, legato all’incontro con l’Altro, diviene cardine, premessa, punto di rèpere per ogni ulteriore affondo conoscitivo, in psicologia, nelle scienze, nella vita.